Bollette, spesa, pieno dell’auto: il caro-vita non è una casualità, è una scelta politica. Ecco perché sale il costo dell’energia, chi ci guadagna, e perché il 17 ottobre saremo in piazza a Roma.
A settembre 2026 la benzina self-service supera i 2,14 euro al litro, il diesel i 2,27. Per chi lavora su gomma, per chi fa i turni senza alternative di trasporto pubblico, è un salasso che si somma alla crisi industriale che nel silenzio della politica sta distruggendo le nostre fabbriche.
Ma non è solo il pieno della macchina. L’energia — petrolio e gas — non serve solo per fare benzina: serve per produrre elettricità, per riscaldare, per trasportare le merci nei camion e nei magazzini, per far funzionare le fabbriche. Quando il petrolio e il gas costano di più, aumenta tutto quello che dipende dal trasporto e dall’energia, cioè quasi ogni prodotto che compriamo.
L’Istat conferma che l’energia “entra nei costi di produzione, trasporto e distribuzione”: per questo, quando l’energia sale, prima o poi si scarica anche sul carrello della spesa, sul pane, sul latte, su tutto ciò che arriva in negozio con un camion o che viene prodotto usando energia fossile.
Bonus sì, riforme no: l’inazione del governo
Di fronte a questo scenario, la risposta del governo si è limitata a interventi spot, temporanei, senza affrontare le cause strutturali.
Ancora più rivelatore è il meccanismo dietro gli sconti sulle accise. Quando il prezzo del carburante sale, sale anche l’IVA che paghiamo (22% sul prezzo pieno): più il carburante costa, più le entrate fiscali dello Stato aumentano. Nel 2026 il Ministero dell’Economia ha usato proprio questo maggior gettito IVA — certificato in 149,4 milioni di euro nel solo maggio 2026 — per finanziare gli sconti sulle accise.
Tradotto: non è un vero intervento strutturale, è restituire una parte di quello che lo Stato ha incassato in più a causa del caro-prezzi. E lo sconto viene prorogato di poche settimane in poche settimane — mai in modo definitivo. Non è politica energetica: è rincorrere l’emergenza con i soldi dell’emergenza stessa.
Le cause vere: guerra e riarmo
Il petrolio non costa di più per caso. Tra fine febbraio e marzo 2026 il prezzo medio della benzina in Europa è salito dell’8% in poche settimane, dopo l’escalation del conflitto in Iran e la chiusura parziale dello Stretto di Hormuz, uno dei passaggi chiave del petrolio mondiale. Lo certifica anche l’Istat: l’instabilità nelle aree petrolifere pesa direttamente sulle nostre buste paga.
Questi soldi da dove arriveranno? Sanità, scuola, salari — o nuove tasse su chi lavora? La corsa al riarmo globale è anche corsa a controllare le rotte energetiche: più tensione, più instabilità, più caro-benzina per tutti. Non è la benzina a essere “cara per natura”: è un sistema che sceglie di investire in armi invece che in energia pulita e salari. Si può scegliere diversamente.
Chi paga e chi guadagna: un fisco iniquo
In Italia il 10% più ricco delle famiglie possiede il 60,6% della ricchezza netta totale, mentre la metà meno abbiente si divide appena il 7,2% (Banca d’Italia). Il sistema fiscale, lo dice anche la Commissione Europea, continua a pesare soprattutto sul lavoro.
C’è poi una tassa nascosta di cui si parla troppo poco: il fiscal drag. Gli scaglioni IRPEF sono fermi da anni. Quando l’inflazione fa salire gli stipendi nominali — anche solo per adeguarli al costo della vita — una fetta più grande di reddito finisce nello scaglione più alto, anche se il potere d’acquisto reale non è affatto aumentato. Il governo ha tagliato solo la seconda aliquota (dal 35% al 33%, sopra i 28.000 euro), ma senza un adeguamento automatico degli scaglioni all’inflazione. Il risultato: gli aumenti contrattuali conquistati con le lotte rischiano di venire in parte “mangiati” due volte, dall’inflazione e dalle tasse che salgono insieme allo stipendio nominale.
40 ore di sciopero, un quarto di secolo di lotte
A novembre 2025, dopo oltre 40 ore di sciopero e più di un anno di trattativa, FIOM, FIM e UILM hanno strappato a Federmeccanica-Assistal un aumento di 205,32 euro sul livello C3 (ex 5° livello): un +9,64% sui minimi contrattuali.
È un dato che va controcorrente: mentre i salari italiani, in media, sono rimasti sostanzialmente fermi o hanno perso terreno negli ultimi decenni (OCSE: potere d’acquisto pressoché piatto dal 1990 a oggi), i metalmeccanici sono tra i pochi comparti ad aver difeso e incrementato il potere d’acquisto reale in 25 anni. Non per generosità delle imprese: per le mobilitazioni e i contratti conquistati sciopero dopo sciopero.
Nel CCNL Federmeccanica-Unionmeccanica resta un’arma preziosa: la clausola di salvaguardia, che adegua automaticamente i minimi contrattuali all’inflazione reale (indice IPCA) se questa supera le previsioni — come già avvenuto nel 2023, quando restituì ai lavoratori 123 euro di aumento mensile, e nel 2024, quando ne restituì 134.
Ma quell’aumento, conquistato con fatica, rischia di venire eroso ogni giorno da due lati: dal caro-benzina e caro-vita da un lato, dal fiscal drag e dal taglio ai servizi pubblici dall’altro. E soprattutto: non vogliamo solo rincorrere l’inflazione. Vogliamo salari che permettano di vivere meglio — non di restare fermi mentre tutto intorno cambia in peggio.
Chi ci vuole distratti
In tutto il mondo, non solo in Italia, alcuni governi scelgono di alzare il volume su sicurezza e immigrazione proprio quando i problemi economici diventano più difficili da spiegare o da risolvere. Il risultato è che si parla meno di chi decide gli aumenti dei prezzi, chi specula sulle rendite, chi sceglie di investire in armi invece che in salari. Noi non ci stiamo: la sicurezza vera comincia da un lavoro dignitoso e da uno stipendio che basti ad arrivare a fine mese.
Un’altra strada è possibile
Non è vero che non si può fare niente. Ecco cosa chiede FIOM:
- Investimenti europei per l’autonomia energetica: meno dipendenza dal petrolio importato, meno esposizione alle crisi geopolitiche, meno ricatto sui prezzi.
- Transizione energetica e digitale giusta: non un costo scaricato sui lavoratori, ma un piano industriale che crea occupazione qualificata, a partire dal nostro territorio metalmeccanico.
- Fisco più equo: tassare rendite e grandi patrimoni, riformare gli scaglioni IRPEF contro il fiscal drag, alleggerire il lavoro.
- Meno soldi alle armi, più soldi all’energia pulita e ai salari.
17 ottobre — Roma
La CGIL torna in piazza con “Via Maestra”: lavoro, giustizia sociale, pace. Ti aspettiamo per dire basta ai bonus spot e chiedere scelte vere.
- ore 6:00 Bologna, Piazza dei Martiri
- ore 6:00 San Giovanni in Persiceto — Parcheggio Ipercoop Marcolfa
- ore 6:00 Villanova di Castenaso — Parcheggio Ipercoop
- ore 6:30 Centro Borgo — Parcheggio Ipercoop
- ore 6:30 Castel Maggiore — Parcheggio Centro Commerciale “Le Piazze”
Prenota il tuo posto contattando la tua RSU FIOM in azienda o scrivendo a info@fiom-bologna.org
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