Manifestazione a Bologna con concentramento ore 9 in piazza XX Settembre
Nel corso dell’Assemblea Nazionale della Cgil a Firenze con migliaia di delegate e delegati provenienti da tutta Italia è stato proclamato lo Sciopero Generale di tutti i settori produttivi e per l’intera giornata lavorativa il 12 Dicembre 2025 per protestare contro una legge di bilancio ingiusta e sbagliata.
Maurizio Landini: è una manovra ingiusta e la vogliamo cambiare!
COSTRUIAMO INSIEME LO SCIOPERO GENERALE!
Lo sciopero è delle lavoratrici e dei lavoratori, lo strumento più potente che abbiamo per far sentire la nostra voce nelle piazze e fermare la produzione.
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Non hai mai fatto sciopero?
Guarda il nostro videotutorial su come esercitare il tuo diritto costituzionale di sciopero e difenderti dalle bugie del tuo datore di lavoro ma, sopratutto, contattaci!
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I TEMI AL CENTRO DELLA MOBILITAZIONE
Il Governo e l’Europa devono rispondere di una crisi industriale che ricade sulle lavoratrici e sui lavoratori, di una politica folle incentrata sul riarmo e di una “guerra mondiale a pezzi” combattuta per il profitto di pochi sulla pelle dei popoli.
Il movimento per fermare il genocidio e rompere l’assedio a Gaza lo ha dimostrato: insieme abbiamo il potere di cambiare anche le più drammatiche ingiustizie e di accendere una luce di speranza persino nelle più nefaste tragedie.
CONQUISTIAMO IL CONTRATTO
Abbiamo costruito insieme una piattaforma che ambisce a incidere sui nodi più problematici della nostra condizione:
Salario – Riduzione dell’orario di lavoro – Precarietà e Appalti – Salute e Sicurezza.
Per questo abbiamo trovato l’intransigenza di Federmeccanica, che ci ha costretto a proclamare 40 ore di sciopero, fino a bloccare la tangenziale durante l’enorme manifestazione regionale del 20 giugno 2025.
Il tavolo negoziale è stato riconquistato grazie alla nostra mobilitazione, in barba a chi dice che scioperare non serve a nulla.
Perché le aziende sono così intransigenti?
Le Aziende si sentono forti dell’appoggio del Governo
Il Governo non è intervenuto a sostegno della nostra vertenza, se non quando costretto dal successo degli scioperi e dai blocchi del 20 giugno.
La Presidente del Consiglio ha più volte partecipato alle assemblee di Confindustria, continuando a negare il confronto con i Sindacati, anche nelle vertenze più nevralgiche per il futuro industriale del Paese (l’ex-ILVA è un caso emblematico ma stesso discorso vale per Marelli e Industria Italiana Autobus).
Il sostegno si dimostra più nei fatti che nelle parole: il fatto che il più grande datore di lavoro del Paese – lo Stato – non garantisca ai propri dipendenti aumenti salariali in grado di pareggiare la perdita di potere d’acquisto causata dall’inflazione, indebolisce anche la nostra lotta contrattuale.
Non si accetta che la ricchezza accumulata in questi anni venga redistribuita
Come abbiamo dimostrato con lo studio della Fiom Nazionale, i profitti delle aziende sono cresciuti molto più dei nostri salari.
È ancora più drammatico che il 70% di questi profitti non sia stato reinvestito in azienda, ma distribuito agli azionisti.
Con un ulteriore paradosso: la tassazione sui dividendi è una flat-tax al 27%, senza alcuna progressività (mentre un lavoratore con un reddito superiore ai 28 mila euro arriva a pagare il 35% di IRPEF).
In proporzione, la famiglia Agnelli paga meno tasse di un metalmeccanico con un dignitoso e sudato stipendio.
La mancanza di investimenti privati è una delle cause della crisi che stiamo attraversando: le nostre aziende non vengono finanziate per adattarsi ai grandi cambiamenti del sistema industriale, e a pagarne le conseguenze siamo noi, con la cassa integrazione e le chiusure degli stabilimenti.
Bene ricordare, infine, che l’aumento dei prezzi che abbiamo subito è direttamente collegato alla “guerra mondiale a pezzi” che i nostri governi stanno decidendo di combattere.
Aumento dei prezzi su cui grandi compagnie energetiche, istituti bancari e assicurativi, ma anche molte aziende, hanno speculato, macinando enormi extraprofitti, che il nostro Governo non è stato capace né di arginare né di recuperare attraverso la tassazione.
PERCHÉ CI SENTIAMO PIÙ POVERI RISPETTO A 5 ANNI FA?
Nel periodo 2021-2024 abbiamo avuto un aumento di 310 euro mensili, che doveva servire a pareggiare l’aumento dei prezzi.
La clausola di salvaguardia del nostro CCNL ha funzionato: per i prossimi anni abbiamo rivendicato aumenti superiori all’inflazione per incrementare il potere d’acquisto.
Perché, allora, siamo più poveri?
Una tassazione ingiusta
Per rendere evidente l’iniquità del sistema, si può fare un semplice esercizio con i colleghi: confrontare le buste paga di giugno 2021 e giugno 2024.
Il CCNL ha portato un aumento del 18% del lordo: quanto è aumentato il netto?
Risposta: purtroppo, molto meno.
Questa è la definizione di “drenaggio fiscale”, che in due anni ha sottratto fino a 1300 euro a ciascun lavoratore e, a livello complessivo, ha portato 25 miliardi di euro in più alle casse dello Stato.
La nostra Costituzione afferma un principio sacrosanto: la tassazione deve essere progressiva (più guadagni, più contribuisci).
Tuttavia, se guadagno di più solo per stare al passo con l’inflazione, è giusto che il sistema di calcolo delle tasse (aliquote o detrazioni) cambi, in modo che io paghi in funzione della mia reale ricchezza e potere d’acquisto.
Un’altra causa d’iniquità è che la progressività non si applica a tutti i redditi. Il Governo ha infatti introdotto e rafforzato la flat-tax:
- I lavoratori in P.IVA pagano il 5% di tasse per i primi 5 anni e poi il 15% fino a 85.000 euro di reddito.
- Gli azionisti pagano il 27% sui dividendi, anche se milionari.
- Chi affitta una casa, anche per affitti brevi su Airbnb, paga il 21% di tasse, anche se guadagna decine di migliaia di euro.
- In questa manovra viene proposto un correttivo: la riduzione dell’aliquota dei redditi sopra i 28 mila euro dal 35% al 33% e la detassazione degli aumenti contrattuali.
- Rispetto alla riduzione dell’aliquota come certifica l’ISTAT “le risorse stanziate andranno per l’80% alle famiglie più ricche”, mentre per un lavoratore si tramuterà:
- A) in un aumento nullo per chi guadagna meno di 28 mila euro
- B) in un aumento molto marginale per tutti gli altri (un 5° livello con tutti gli scatti di anzianità avrà una riduzione delle tasse di 4 euro/mese).
Rispetto alla detestazione degli aumenti contrattuali è una nostra vittoria e una rivendicazione che portiamo avanti da anni.
Peccato che per come è stato inserito in legge di bilancio non solo non è strutturale ma il limite posto a 28 mila euro esclude una ampia platea di metalmeccanici, creando delle potenziali distorsioni in chi è a cavallo della soglia che abbiamo ben imparato a conoscere in questi anni (vedi cosa è successo recentemente con la decontribuzione e prima bonus Renzi).
Un welfare pubblico sempre più impoverito
La nostra qualità della vita dipende sia dal salario sia dai servizi pubblici.
Siamo più poveri e ci sentiamo più soli quando dobbiamo affrontare gli imprevisti senza un welfare che ci tuteli.
Negli ultimi anni, abbiamo speso quote sempre maggiori del reddito per accedere a diritti che dovrebbero essere garantiti dal pubblico: sanità, sostegno alla non autosufficienza, trasporti, scuola e università.
Noi lavoratori dipendenti e pensionati non solo paghiamo l’84% delle tasse sui redditi, ma per esercitare i nostri diritti siamo costretti a pagare tariffe sempre più alte o a rivolgerci al privato.
La responsabilità è precisa: i tagli ai finanziamenti di Governi, Comuni e Regioni, che non riescono più a garantire servizi di qualità e gratuiti.
Perché, allora, il Governo sostiene di aver stanziato più risorse per la sanità?
È vero in termini assoluti, ma non in maniera sufficiente: l’aumento non ha pareggiato l’inflazione.
In pratica, è diminuita la capacità di spesa reale degli ospedali (e gli stipendi reali di medici e infermieri) e, infatti, la spesa sanitaria rispetto al PIL rimane tra le più basse d’Europa.
Diritti trasformati in occasioni di speculazione finanziaria
Servizi e diritti un tempo garantiti dal pubblico sono sempre più spesso gestiti da privati (il cui obiettivo è il profitto) o sono oggetto di speculazione.
Prendiamo la casa: avere un tetto dovrebbe essere un diritto, ma oggi un metalmeccanico con un buono stipendio fa fatica a trovare un affitto o una casa da comprare.
A Bologna, tra il 2021 e il 2025, gli affitti sono aumentati del 15-18%: un metalmeccanico spende circa il 40% del proprio reddito in affitto.
Il diritto alla casa è emblematico di come le politiche del Governo determinino più ingiustizie:
La mancanza di una legge sugli affitti turistici e di un piano per l’edilizia residenziale rendono le città ostaggio dei fondi immobiliari, che speculano su affitti e turismo.
Il proprietario paga meno tasse sulla rendita di quanto non facciamo noi sul lavoro.
Una crisi che colpisce chi per vivere ha bisogno di lavorare
Siamo di fronte a una crisi di settore diversa da quella del 2008-2010, nata allora da tensioni finanziarie riversatesi sull’economia reale. Fu una crisi “esogena” che travolse il sistema in modo repentino.
Oggi, invece, è una crisi interna ai meccanismi del nostro sistema industriale, che si caratterizza come un costante declino più che un crollo improvviso.
A livello nazionale, si registrano 26 mesi consecutivi di calo della produzione industriale, senza segnali di inversione.
Schematicamente, il nostro sistema industriale deve confrontarsi con:
A) Un cambiamento tecnologico di fondo, che impone di affrontare le sfide della transizione ecologica, energetica e digitale.
B) Un riassetto geopolitico globale che ridisegna i rapporti commerciali e le filiere produttive.
In questo quadro, l’incapacità del Governo e dell’UE di attuare politiche industriali sistemiche e investimenti pubblici nei settori strategici sta indebolendo i grandi produttori e mettendo in difficoltà l’intera filiera.
L’assenza di una strategia è certificata dal fatto che nella manovra finanziaria 2025 non ci sono risorse per le politiche industriali.
A Bologna, nel 2024, 551 aziende hanno fatto ricorso a un ammortizzatore sociale.
A ottobre 2025, sono già 436 le aziende che ne hanno fatto richiesta, con oltre 11 mila metalmeccanici coinvolti e una riduzione del proprio salario.
Nonostante la nostra intensa contrattazione per ridurne l’impatto, questi dati spiegano l’impoverimento di una parte importante del mondo del lavoro e, soprattutto, il clima d’incertezza che condiziona le nostre scelte di vita.
CI DICONO CHE NON CI SONO I SOLDI
Il Governo ha dichiarato che la manovra del 2026 è stata redatta con serietà, utilizzando al meglio le poche risorse per rendere l’Italia più forte.
Ma è vero che ci sono poche risorse?
Innanzitutto, è cambiata completamente la posizione dei partiti di governo rispetto al passato: non solo sulle promesse elettorali (taglio accise, abolizione Fornero, tassazione extraprofitti), ma anche sull’approccio verso UE e USA.
All’opposizione, criticavano l’UE per l’austerity e il vincolo di bilancio.
Oggi, sono i principali sostenitori del far quadrare i conti a ogni costo (per noi) e gli avversari di chi chiede un piano europeo di investimenti per salvare l’industria.
Ma è vero che non ci sarebbero risorse per salari e servizi?
Dal nostro punto di vista, no.
Si potrebbero tassare gli extraprofitti
di chi ha speculato sulla crisi energetica e sulla guerra. Dalla promessa di tassare le banche, si è arrivati a un “contributo volontario” che, nel migliore dei casi, produrrà entrate inferiori alle attese.
Si potrebbero tassare le grandi ricchezze
Come mostra il rapporto Oxfam 2025, in Italia il 5% più ricco detiene il 47% della ricchezza nazionale. Nel 2024, la ricchezza dei miliardari italiani è aumentata di 61,1 miliardi di euro (166 milioni al giorno), raggiungendo 272,5 miliardi detenuti da 71 individui.
La Cgil ha proposto un contributo di solidarietà sull’1% più ricco, che produrrebbe 26 miliardi all’anno, sufficienti a ridurre le tasse per i lavoratori.
Il 63% della ricchezza miliardaria è frutto di eredità, non di merito. In Italia, la tassa di successione sui grandi patrimoni è tra le più basse al mondo.
Si potrebbe costruire un sistema di equità fiscale
dove tutti siano tassati progressivamente in base al reddito e alla ricchezza. Come detto, la progressività non si applica a tutti: dividendi al 27%, rendite immobiliari al 21%, partite IVA al 15%
Si potrebbe evitare di strizzare l’occhio all’evasione fiscale
In 3 anni, il Governo ha varato decine di condoni, in un Paese dove l’evasione fiscale e contributiva pesa per oltre 100 miliardi di euro all’anno.
Chi vive del proprio lavoro paga fino all’ultimo centesimo, mentre quasi un cittadino su due non versa nemmeno un euro di IRPEF.
Poco più di un quarto dei contribuenti si fa carico di quasi l’80% dell’imposta: il problema non è che tutti pagano troppo, ma che pochi pagano per tutti.
Siamo di fronte a governi forti con i deboli e deboli con i forti: emblematici i casi di Amazon, Google, Apple, dove evasioni fiscali per miliardi sono state risolte con accordi che hanno fatto pagare solo una piccola percentuale. A noi, per un piccolo errore di pochi euro, arrivano puntuali accertamenti con sanzioni, che paghiamo fino all’ultimo centesimo.
Si Finanzia la Folle Corsa al Riarmo
In questo quadro di mancati investimenti in welfare, redditi e politiche industriali, la scelta di destinare migliaia di miliardi al riarmo è devastante: accelera le tensioni internazionali e avvicina il continente alla guerra.
E’ una finanziaria di guerra: il Governo italiano si è impegnato ad aumentare le spese militari al 5% del PIL questo significa che nei prossimi 10 anni spenderemo circa 1000 miliardi di euro.
Nel dibattito avanza la tesi che gli investimenti nella difesa possano compensare la crisi industriale.
Lo abbiamo denunciato dall’inizio della guerra in Ucraina: la guerra è il peggior nemico della libertà, del sindacato, della transizione ecologica e della possibilità di produrre benessere per tutti, non strumenti di morte.
Anche da una prospettiva produttivista, le prime stime dicono che la maggior parte di queste risorse pubbliche saranno usate per comprare armamenti da paesi stranieri (soprattutto USA), senza impattare il nostro sistema industriale.
Allo stesso tempo, la guerra dei dazi e la posizione servile verso gli USA stanno favorendo investimenti delle aziende europee in America, distogliendo risorse pubbliche e private dal nostro welfare e dalle nostre politiche industriali.
A questo punto, sorge spontanea una domanda: perché è stato possibile mobilitare queste risorse per il riarmo, mentre negli scorsi anni non si poteva discutere di un grande piano europeo a sostegno dell’industria?

