Roberto Morgantini è l’anima delle Cucine Popolari di Bologna, un’esperienza di solidarietà che offre da anni pasti e sostegno a persone in difficoltà, rendendolo un punto di riferimento per chi vive ai margini e un osservatore delle nuove fragilità sociali.
Roberto, prima di entrare nel merito dei referendum, potresti farci un breve bilancio dell’esperienza delle Cucine Popolari a Bologna? Quante sono attive, che utenza servono e qual è l’impatto sul territorio?
Quando nel 2015 abbiamo aperto la prima Cucina Popolare, era impensabile replicare il progetto in altri quartieri. Ma la volontà e la partecipazione solidale della cittadinanza hanno dimostrato che questo mondo può migliorare, innescando l’ambizione di incrementare i luoghi di accoglienza e inclusione già sperimentati in via del Battiferro. Così, con qualche difficoltà, ne abbiamo aperto altre tre. Ad oggi, la nostra ambizione è aprirne una in ogni quartiere, per facilitare l’accesso alle sedi da parte dei nostri fruitori, aumentandone l’offerta. Dopo dieci anni dall’inaugurazione della prima Cucina, il bilancio è entusiasmante e dà la voglia di continuare. Abbiamo compreso che la povertà non si limita al bisogno di cibo: la dignità è più complessa.
Molti lavoratori precari vivono in costante incertezza, con conseguenti difficoltà economiche e sociali. Dal tuo osservatorio, hai notato un aumento della povertà negli ultimi anni? E riscontri una relazione diretta tra precarietà lavorativa e stato di bisogno?
Il principale bisogno è l’assenza di reddito, spesso legata alla perdita di lavoro in età avanzata. A questo si aggiungono pensionati con pensioni minime e un aspetto meno noto della povertà: la solitudine. Molte persone soffrono non solo la miseria, ma anche il pregiudizio e l’isolamento che ne derivano, che ledono la loro dignità. A questa solitudine della povertà si somma la carenza affettiva: molti nostri ospiti, anche senza difficoltà economiche, sono soli e cercano condivisione, relazione e dialogo, che trovano da noi. La domanda di aiuto è stabile: a chi lascia le Cucine per un miglioramento (solitamente legato a un lavoro a tempo indeterminato), c’è un sostituto che ricorre a noi a causa della precarietà. Durante la pandemia l’utenza è raddoppiata e le richieste hanno superato le nostre possibilità. È cambiata l’utenza: alle fasce sociali “tipiche” (senza fissa dimora, disoccupati anziani, pensionati con indennità minime e anziani soli) si sono aggiunti i nuovi “poveri” del COVID: lavoratori del turismo, della ristorazione e dell’indotto del tempo libero, passati dalla cassa integrazione alla chiusura aziendale. Abbiamo dovuto inventare nuovi modi per far fronte all’aumento delle richieste e alle restrizioni. Per fortuna, le Cucine hanno la ricchezza dei volontari, grazie ai quali abbiamo superato mesi difficili, sostenuti dalla solidarietà cittadina.
In che modo l’esito positivo dei referendum possono influire secondo te sulla vita delle persone che si rivolgono alle Cucine Popolari?
Lavoro e cittadinanza sono urgenze indispensabili per la Dignità, un diritto inalienabile. Se la Dignità viene meno, fallisce lo Stato che lo consente, perché la Dignità è legata alla collettività. Le Cucine Popolari nascono proprio da questa urgenza: dare e restituire Dignità a chi non ne ha più, non l’ha mai avuta o l’ha “sospesa” a causa di perdita di lavoro o precarietà, che impediscono di pagare affitto, spesa o mezzi pubblici. In questi anni abbiamo imparato che la vita può cambiare in poco tempo, anche con un licenziamento improvviso e ingiustificato. La perdita del lavoro è un evento delicato, che incide sulla serenità e sul futuro, trasformando le persone e generando disperazione e desiderio di invisibilità. L’Europa e il mondo attraversano una fase controversa dalla fine della Guerra Fredda. Vecchi nazionalismi riaffiorano, il clima si appesantisce, il linguaggio politico si imbarbarisce, e sembra smarrita la direzione. Si preferisce la “pancia” alla ragione, con istinti reazionari e repulsioni verso le diversità. Anche noi alle Cucine parliamo alle “pance”, ma con cibo e accoglienza. La povertà odierna è diversa, meno palpabile, una miseria impercettibile e immediata, malattia subdola generata da un neoliberismo aggressivo che indebolisce i diritti.
Il referendum sulla cittadinanza per gli stranieri regolari è connesso al tema del lavoro e dell’integrazione. Qual è la tua opinione sull’importanza di questo referendum e come ritieni che il riconoscimento della cittadinanza possa incidere sulla condizione lavorativa e sociale degli stranieri?
Dopo molti anni nella CGIL, posso dire di aver vissuto un arricchimento umano preziosissimo, fatto di relazioni e di conoscenze di realtà lavorative e non, spesso sottovalutate dalla politica. Al Centro Lavoratori Stranieri ho scoperto l’Uomo, nelle sue debolezze e nella sua capacità di reagire e rivendicare diritti negati. Ho conosciuto la bellezza della “diversità” culturale, etnica e religiosa, comprendendo che la sfida è mescolarle, non imporle, conoscerle e non discriminarle. Nel sindacato ho imparato il valore della Solidarietà, una ricchezza irrinunciabile. Oggi, siamo testimoni dell’impoverimento culturale e umano generato dall’individualismo egoista e improduttivo, favorito da un incitamento all’odio e alla paura da parte del Governo. Per questo, come Cucine Popolari, sosteniamo i referendum CGIL su Lavoro e Cittadinanza, perché Democrazia, Libertà e Dignità sono valori imprescindibili per un futuro di pace e prosperità.
In questi anni di attività con le Cucine Popolari, ci racconti un episodio particolarmente significativo, una storia che ti ha colpito profondamente e che illustra il legame tra precarietà, cittadinanza e nuove povertà?
La bellezza della gente delle Cucine emana una carica emotiva intensa, che ogni giorno aggiunge emozioni irripetibili alla nostra esperienza. Ho collezionato tanti ricordi ed è difficile sceglierne uno. Incontrare quotidianamente l’umanità più variegata, con storie diverse e singolari, emoziona e commuove nel ricevere gratitudine e affetto sincero. È il vero salario del volontario, la ricchezza che premia l’impegno di chi investe tempo e cuore nelle Cucine.
Oltre ai referendum, quali altre azioni sono necessarie per contrastare la precarietà, le nuove povertà e garantire l’inclusione sociale, soprattutto per gli stranieri in Italia?
Ribadisco che la Dignità si ottiene con lavoro e diritti. Non c’è libertà con la precarietà, né quando si muore di lavoro, né svilendo la Costituzione negando la cittadinanza a chi nasce e lavora in Italia. Non c’è democrazia con concetti patriarcali e arcaici di sangue e identità. Le Cucine Popolari nascono per dare e restituire Dignità a chi l’ha persa a causa di precarietà, disoccupazione e difficoltà economiche. Per questo, con i volontari, abbiamo scelto di ricostruire il rispetto partendo dalla tavola, offrendo convivialità, condivisione, un pasto pieno che dà speranza e dignità. Come ho detto le Cucine parlano alle “pance” con cibo e accoglienza, contrastando la povertà moderna, subdola e immediata, generata da un neoliberismo aggressivo che indebolisce i diritti. Lavoro, cittadinanza e libertà sono inscindibili, e noi li sosterremo per un Paese più bello.


